No alla diga di Vetto – procedere con altri interventi

In Val d’Enza è dal 1860 che si parla di costruire una diga a Vetto. Tante parole, dibattiti accesi tra i favorevoli (agricoltori) e i contrari (ambientalisti ed esperti). Nel 2017, a seguito del cambiamento climatico e di una forte siccità in Emilia-Romagna si è tornati su questo argomento.
La Regione ha aperto un tavolo tecnico di analisi sul fabbisogno idrico e pianificazione di azioni a breve e a lungo termine per fronteggiare il problema, delegando l’Autorità di Bacino Fiume Po (Adbpo). Da qui uscirono una serie di progetti per far fronte ad una domanda di circa 70 milioni di metri cubi /annui di cui 54 per uso irriguo e 11 per il settore civile: sensibilizzazione al risparmio idrico, irrigazione a pioggia rispetto ai prati stabili, ripensare a colture meno esigenti, nuovi pozzi, recupero reflui dal trattamento acque di depurazione, efficienza reti di distribuzione, miglioramento ricarica falde e utilizzazione di bacini esistenti. In questo quadro, anche la costruzione della diga in località Stretta delle Gazze sul torrente Enza. Costi di questa opera: 200 milioni di euro e 4 milioni/annui di manutenzione, partendo dalla predisposizione di un progetto di fattibilità dal costo di 3,5 milioni.

È sbagliato procedere con la diga di Vetto.

Servono altri interventi per migliorare da subito le acque in Val d’Enza

Noi ci domandiamo: è sensato spendere altri soldi pubblici (i 3,5 milioni di euro per lo studio), prima di aver messo in campo gli interventi già previsti e non realizzati? Soprattutto, è sensato procedere con il progetto della diga a fronte della situazione determinata dal cambiamento climatico? Secondo il geologo Renzo Valloni – professore ordinario e docente di valutazione di impatto ambientale Università di Parma – rispetto agli anni ’80 i millimetri di pioggia non sono cambiati come flusso medio annuo: 293 milioni metri cubi. Il problema è che questi volumi di acqua non seguono lo stesso regime del passato, ma si concentrano in pochi episodi, determinando l’alternarsi sempre più frequente tra periodi siccitosi e fenomeni alluvionali, a fronte dei quali la soluzione dei grandi invasi risulta decisamente inadeguata.
Per quanto ci riguarda, come RECA ( Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna), esprimiamo la nostra contrarietà alla realizzazione della diga di Vetto: è un’opera concepita seguendo logiche del passato, come del resto fa tutto il recente provvedimento del governo in tema di siccità, che si affida alle grandi opere, senza tener conto delle trasformazioni prodotte dal cambiamento climatico; è decisamene costosa e andrebbe in funzione in tempi decisamente lunghi, mentre occorrono interventi efficaci in tempi brevi; diventa nei fatti alternativa a scelte più importanti volte al risparmio idrico, a partire dalle modifiche ai sistemi di irrigazione e all’utilizzo delle acque reflue; mette a rischio gli stessi habitat che oggi contribuiscono alla regolazione e alla ricarica della falda acquifera e alla riduzione dei rischi derivanti dagli eventi estremi sempre più frequenti.


Apprendiamo che il 4 ottobre, nel Comune di Montechiarugolo (PR), 70 delegati – di cui 30 firmatari tra Enti pubblici e associazioni del territorio – hanno formalmente aderito (nel corso dell’incontro organizzato dall’Autorità di bacino del fiume Po e dalla Regione Emilia-Romagna), al documento di intenti che segna l’avvio per la definizione di un Contratto di Fiume per la Valle dell’Enza.
Ci auguriamo che anche da lì possano emergere idee e progetti veramente significativi per la gestione delle risorse idriche in Val d’Enza, decidendo dunque di scartare la realizzazione della diga di Vetto, un intervento basato su logiche vecchie, troppo costoso e inefficace ai fini di affrontare le problematiche che ci consegna il cambiamento climatico.

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