Bosco Ospizio non è più un bosco. Ruspe oltre i cittadini

Perché un progetto nato molti anni fa, oggi evidentemente inutile e dannoso, continua ad avere la precedenza sugli alberi, il clima, la salute, la biodiversità ? Per noi il tema non è chiuso qui.

Comunicato stampa del 08/10/26

 

Camionette, una settantina di agenti in assetto antisommossa, ruspe, e poi gli abbattimenti. A Reggio Emilia, nel lungo conflitto intorno al Bosco Ospizio si è consumata una delle pagine più brutte della storia ambientale e sociale della regione. La protesta e la resistenza pacifica e nonviolenta sono state represse e trattate come fosse un’operazione criminale. E adesso, da ultimo è stato revocato anche il permesso al presidio. 

Mentre ormai quasi tutte le istituzioni e le personalità pubbliche parlano di piani climatici, neutralità carbonica, adattamento, biodiversità, forestazione urbana, riduzione del consumo di suolo, le ruspe abbattono alberi sotto la protezione delle forze dell’ordine per permettere la realizzazione di un nuovo grande spazio commerciale, in una collocazione dove non ve n’è alcun bisogno, e ad alcuni servizi pubblici per i quali potevano essere trovate diverse possibili soluzioni alternative .

La storia era nata nel 2006-2007, quando la crisi climatica occupava uno spazio ben diverso nella consapevolezza e anche  nella politica. Sono trascorsi quasi vent’anni, è cambiata la conoscenza scientifica, sono cambiate drammaticamente le temperature e la qualità dell’aria delle città. E, in teoria, oggi le istituzioni nella nostra regione sono pressoché compatte nell’affermare che bisogna procedere sulla strada della rigenerazione urbana, dell’adattamento climatico e fermare il consumo di suolo.

Ma nella pratica a  Bosco Ospizio, si avvia un intervento che comporta 31 mila metri quadrati di consumo di suolo e l’abbattimento di un centinaio di alberi. Senza dare l’adeguata importanza al fatto che dal punto di vista dell’assorbimento di carbonio e dei servizi ecosistemici un albero adulto non è intercambiabile con una piantina, o anche molte piantine appena messe a dimora; un ecosistema sviluppatosi spontaneamente nel corso di decenni non viene ricreato facilmente e il suolo per sempre consumato non si recupera con qualche abbellimento verde, e perde per sempre il ruolo di rifugio per numerose specie viventi. Di fatto, 45 mila metri quadrati di terreno rinaturalizzato all’interno di una città della Pianura Padana, con alberi, arbusti, suolo permeabile e importanti habitat, sono per sempre perduti. 

La vicenda di Ospizio non è soltanto una controversia locale. Fra l’altro, il Comune non nega l’emergenza climatica, dice di assumerla integralmente, parla di neutralità climatica, strategie di adattamento, tutela della biodiversità, sostenibilità e riduzione del consumo di suolo. Ma poi, l’amministrazione, mentre continua a presentare l’intervento come riqualificazione, cede su tutta la linea ad un’operazione commerciale esclusivamente mirata al profitto.

Evidentemente, quando obiettivi climatici e di giustizia sociale incontrano diritti edificatori e investimenti già consolidati, il primato dell’interesse privato non si può mettere in discussione e il progetto economico rimane il punto fermo intorno al quale adattare tutto il resto.

Va detto e sottolineato, fra l’altro, che con il nuovo insediamento, nell’arco di circa un chilometro si arriva a cinque strutture della grande distribuzione, come se costruirne una nuova fosse una necessità assoluta, manco si trattasse di una residenza per i senza casa.

La catastrofe climatico-ambientale dovrebbe indurre a cambiare tale modo di vedere e concepire la pianificazione urbanistica. I terreni non edificati, quale che sia la loro destinazione d’uso, non devono più essere considerati “spazi vuoti”, ma vere e proprie strutture naturali che assorbono acqua, mitigano il calore, immagazzinano carbonio, offrono habitat, rendono più vivibili città e territori, altrimenti vittime delle temperature sempre più alte e dell’aria malsana.

Ma evidentemente un terreno acquista valore quando produce rendita, quando è un investimento, mentre un bosco spontaneo si ha addirittura il coraggio di qualificarlo come degrado, e se qualcuno si oppone diventa questione di ordine pubblico.

È una questione che supera Reggio Emilia. È emblematica della distanza crescente tra la consapevolezza della crisi climatica e la capacità di trarne conseguenze quando queste entrano in conflitto con interessi economici. La crisi climatica viene riconosciuta finché non mette in discussione, anche solo un po’, distribuzione del potere economico, valore della rendita e priorità dei bisogni. 

Negli ultimi anni in tutto il Paese, anche in Emilia-Romagna, gli abbattimenti di alberi nelle aree urbane e non solo, hanno assunto un’ampiezza impressionante e una velocità vertiginosa; e vale poco, per i motivi già detti, l’affermazione che le piante eliminate verranno sostituite. Per cui bisogna assolutamente aprire una grande vertenza regionale e nazionale per un nuovo modo di rapportarsi con il verde, per avere certezze sull’applicazione delle norme e dei regolamenti regionali sulle aree verdi, sui boschi, in merito al suolo e l’aria, e più in generale con la natura, e cercare di cambiare gli indirizzi politici e culturali e la trasparenza amministrativa. Come Rete Emergenza Climatica e Ambientale della regione appoggiamo la campagna lanciata dall’Assemblea di Bosco Ospizio di sanzionare la politica di Conad, boicottandone gli affari economici, e siamo a disposizione per supportare e organizzare iniziative, compresa la possibilità di convocare da qui in avanti una grande manifestazione regionale tematica.

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